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“Il Giornale dell’Arte” ha pubblicato ieri una lunga Lettera aperta al ministro Franceschini per migliorare la qualità dell’intervento sul patrimonio dei beni culturali e del paesaggio, in cui alcuni ‘professionisti del settore’ hanno raccolto critiche e proposte riguardo all’ultimo piano di riorganizzazione del Ministero.

Vi riporto il testo, insieme al primo pensiero che mi è venuto in mente leggendo l’elenco dei firmatari: sono quasi tutti architetti, cui si aggiunge un gruppetto di restauratori. E gli storici dell’arte che fine hanno fatto? Non dovrebbero forse mutuare un po’ di spirito pratico dai colleghi (e qualche volta rivali) architetti e stilare qualche proposta costruttiva invece di bocciare in partenza qualunque tentativo di riforma?

Scriveva Giuliano Briganti nel 1991, in un articolo recentemente citato su facebook da un mio amico molto acuto:

L’attuale gestione del nostro patrimonio artistico è, se vogliamo esprimerci con garbo, così palesemente inadeguata ai suoi compiti e, nello stesso tempo, si attiene così fedelmente al canovaccio della tragicommedia italiana nella quale viviamo, si modella cioè con una specularità così esemplare sullo schema che caratterizza il decomporsi delle funzioni, dei servizi e dell’apparato dello Stato, che quanti (ed io fra quelli), spinti da un puro interesse settoriale, diciamo pure dall’amore per l’arte, si affannano a denunciare quello che non va nel campo dei beni culturali, sono costretti fatalmente a seguire due vie: o si abbandonano a visioni catastrofiche del futuro lanciando accuse che per essere più o meno sempre le stesse rischiano alla fine di non sollecitare più l’opinione pubblica, anche se dettate da un pessimismo più che giustificato, oppure vagheggiano progetti che sarebbero bellissimi se non fossero, allo stato attuale delle cose, perfettamente irrealizzabili.

Lettera aperta al ministro Franceschini per migliorare la qualità dell’intervento sul patrimonio dei beni culturali e del paesaggio

Premessa: L’Italia è cultura

Il tema dell’identità culturale dell’Italia non è rivolto soltanto alla nostra ripresa in ambito europeo e internazionale, ma riguarda direttamente il nostro vivere quotidiano e il lascito per le generazioni future.
Questa identità culturale costituisce l’interesse preminente della società italiana, la grande responsabilità della quale può essere assunta soltanto dallo Stato attraverso l’emanazione di principi normativi che debbono costituire uno strumento per salvaguardare e mantenere vivo questo valore fondamentale.
La Tutela non va intesa quindi solo come strumento passivo, ma anche, soprattutto, come azione continua nel mantenere attuale il valore profondo contenuto nel nostro patrimonio sia da parte delle Soprintendenze che della comunità professionale e civile tutta.
Un forte impulso alla tutela del patrimonio culturale e allo sviluppo della cultura di cui sentiamo il bisogno primario, va impresso dopo una buona pratica d’ascolto e attraverso un processo condiviso.
Si chiede dunque di riformare e rendere più efficienti (valorizzazione delle competenze e merito) le istitu zioni preposte alla tutela dei Beni Culturali nelle quali la nostra Costituzione riconosce una componente essenziale della comunità nazionale e esaltare e difendere il valore della qualità nell’operato quotidiano.
Il DPCM può anche nascere certamente da motivazioni positive ma, se non calibrato in certe decisioni, può comportare rischi enormi per la funzionalità dell’amministrazione dei Beni Culturali che già oggi si trova in gravi difficoltà.
Lo spirito che anima il nostro appello è di preoccupazione dovuta all’ennesima riforma: i tentativi precedenti non hanno prodotto i risultati sperati, é necessario il confronto con altre realtà ed altre esperienze europee che ci portino ad approfondire l’analisi sull’efficacia di questa ulteriore proposta. Il Codice dei Beni culturali del 2004, che nelle intenzioni avrebbe dovuto apportare miglioramenti nella gestione del patrimonio, in realtà ha, involontariamente, prodotto non pochi momenti di conflitto tra attori pubblici e privati che si occupano del nostro patrimonio, non ha migliorato le lentezze burocratiche né l’inadeguatezza del nostro sistema pubblico. Per non parlare poi di taluni cambiamenti organizzativi, quali quelli dei “Poli museali”o dei Direttori Regionali che hanno aumentato le difficoltà di dialogo tra le amministrazioni stesse.

· IL DECRETO CULTURA E TURISMO
Attribuendo alla tutela anche un valore attivo di promozione e sviluppo economico,il Decreto governativo per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo è apprezzabile e profondamente condivisibile per i seguenti motivi:
· L’Art Bonus, per gli sgravi finanziari e coinvolgimento del privato;
· L’Autonomia museale, (limitata però solo ai grandi musei) che consente, se ben indirizzata, di valorizzare e di ottenere fondi per il museo stesso concedendo un uso controllato e rispettoso degli spazi di pertinenza;
· La riduzione delle competenze delle Direzioni regionali, un “filtro burocratico che ha sottratto personale e competenze alle Soprintendenze territoriali e che sarebbe ancor meglio abolire del tutto” (S. Settis)
……………………………………

D’altra parte, si esprime una grande preoccupazione per le seguenti ragioni:
1. Diminuzione progressiva ed inesorabile dei funzionari e del personale tecnico scientifico ormai, in molti casi gravemente insufficiente;

2. Apparente insufficienza di selezione del personale tecnico scientifico;

3. Necessità non soddisfatta di una diversa formazione dei quadri del ministero che richiedono
competenze specifiche e un aggiornamento periodico qualificato;

4. Endemica scarsità di fondi dedicati alla cultura e ai restauri del nostro enorme e delicatissimo
patrimonio oltre che alle necessità pratiche legate alla tutela (sopralluoghi, direzione lavori e assistenza sui cantieri collocati spesso in luoghi impervi e difficilmente raggiungibili, ecc.

5. Marginalizzazione e/o esautoramento dei”tecnici”, ovvero dei Soprintendenti, Architetti,, Restauratori e degli Storici dell’Arte aggravata da una scarsa attenzione alle forze in campo per la tutela: il personale è sempre più ridotto di numero, in gran parte prossimo alla pensione;

6. Consiglio Superiore e Comitati tendenzialmente aperti solo ad “accademici” che non operano sui beni “di competenza del Ministero” né in “collaborazione professionale” con esso, né includono i Direttori che hanno speso una vita nel MiBACT nel ruolo di Quadri ma senza prospettive professionali di nessun tipo ;

7. Accentramento e centralismo, nell’aumento eccessivo del numero delle unità previste negli uffici di
diretta collaborazione del Ministro (95 unità) e delle Direzioni Generali (da 8 a 12, quando nel 2001 erano 4) i cui compiti, ancora non ben definiti, si sovrapporranno compromettendo lo snellimento delle procedure e dei servizi di cui c’è un gran bisogno ( i Beni Culturali sembrano diventati un accessorio, l’Architettura “storica” è pressoché scomparsa). La Direzione “Arti e Architetture Contemporanee e periferie urbane” ad esempio, spezza l’unità della tutela periferie/paesaggio;

8. Fra i compiti della Dir. Gen. alle Belle Arti non è prevista alcuna attenzione alla “qualità” del Progetto di Restauro;

9. Dipendenza dell’ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, istituto prestigioso, di fama e compiti Internazionali) dalla Direzione Generale, un livello dirigenziale inferiore anche alla Galleria Borghese;

10. Direzioni Regionali che diventano Segretariati Regionali con a capo dirigenti di seconda fascia (come i Soprintendenti che dovrebbero essere coordinati) con compiti non ancora ben definiti e chiari: c’é il rischio di un aumento della difficoltà decisionale;

11.La cosiddetta Norma Giusta che, con lo scopo di evitare “soprusi” da parte dei Soprintendenti, prevede il ricorso ad una Commissione costituita da personale dirigente del MiBACT, già in difficoltà per l’esiguità dell’organico e degli strumenti nei confronti della mole dei compiti da svolgere. Si ammette infatti un riesame dei pareri da parte della Commissione Regionale per il patrimonio culturale; la commissione inoltre “può proporre l’avocazione degli atti di competenza dei Soprintendenti ai competenti Direttori Generali Centrali”. Il Segretario Regionale sembra abbia un ruolo di coordinamento, controllo, collaborazione e stimolo, ma anche di forte condizionamento nei confronti delle Soprintendenze in quanto esercita il controllo delle risorse umane, funzione di stazione appaltante, potere di avocazione degli atti di competenza dei Soprintendenti ai competenti Direttori Generali centrali;

12.Pesante ruolo delle “Commissioni Regionali” (verifica e dichiarazione di interesse culturale, tutele indiretta e prescrizioni, interventi di demolizione, beni paesaggistici) che si collocano fra Soprintendenze e Segretariati Ragionali appesantendo i procedimenti. Ma, di fronte ai casi difficili di “dissenso” decide il Consiglio dei Ministri (organo politico e non tecnico);

13.Mancanza di attenzione alla necessità di formazione continua del personale tecnico scientifico

14.Scelte poco comprensibili nella selezione dei Musei ritenuti “di rilevante interesse nazionale”e
quindi “dotati di autonomia speciale”; infatti alcune realtà individuate nel D.P.C.M. appaiono interessate da una “fruizione ” sovrabbondante se non eccessiva (vedi la Galleria Borghese, come noto “collezione storicizzata” e limitata nel numero dei visitatori per motivi fisici e di conservazione). Sembrerebbe consigliabile più che altro un coordinamento con altre realtà del territorio attualmente assolutamente poco conosciute o fruite ( ad esempio a Firenze il Bargello, Palazzo Pitti con la Galleria Palatina, la Galleria dell’Accademia, Il Museo Archeologico o a Napoli con il Museo Archeologico uno dei più importanti al mondo ecc.) in modo da attivare un sistema integrato, di “rete di musei”assolutamente necessario per valorizzare in maniera equilibrata l’intero ricchissimo patrimonio:

15.Mancanza di autonomia nella gestione dei Musei “minori”che, isolati da quelli maggiori, potrebbero restare senza risorse adeguate e senza progetti. Il nostro paese è, come si sa, un immenso “museo diffuso”, del quale fanno parte anche tanti piccoli ma importanti musei, caratteristica apprezzata e ben nota da sempre ai tanti ammiratori e studiosi del nostro Paese.

Si ritiene urgente prevedere un sostanziale incremento dei trasferimenti finanziari al Ministero. Nessuna riforma dei Beni Culturali può riuscire se non si congiunge a forti investimenti e a un rinsanguamento sostanziale del personale con massicce assunzioni di giovani di qualità; la selezione e gli aggiornamenti devono essere improntati a tre elementi chiave in collegamento tra loro: Esperienza, Ricerca e Operatività.
Si chiede un sostegno concreto alla formazione di figure professionali adeguate sia tecnicamente che culturalmente ed in numero congruo per esercitare efficacemente la tutela sia nel campo dei Beni Artistici, Storici e Monumentali oltre alle competenze relative alla difesa del Paesaggio. La formazione dovrebbe essere inoltre continua e soprattutto affidata a docenti qualificati, selezionati per curriculum ed attività professionale opportunamente preparati da un punto di vista didattico, culturale, tecnico e scientifico per non ripetere l’esperienza _ nella maggior parte dei casi piuttosto mortificante ed assolutamente inutile_ dei “Corsi di Riqualificazione” di Ministeriale memoria. Nella preparazione e nella successiva selezione deve essere posta la massima attenzione. Di conseguenza per la formazione post-universitaria si dovranno costituire programmi di formazione differenziata a più livelli, da attuarsi in un sistema composito, cioè scientifico-professionale, di esperti. Si dovranno prevedere corsi, a scadenze periodiche, di aggiornamento, tenendo conto delle migliori e più valide esperienze di altri paesi. In questo quadro si ritiene prioritaria un’analisi continuamente aggiornata, attuabile in ambito MiBACT, delle esperienze gestionali e formative in corso negli altri paesi europei e extra-europei.
E’ necessario anche promuovere l’alta formazione e la ricerca in materia di qualità architettonica e valorizzazione territoriale attraverso programmi di formazione mirati. In tal modo si qualificherebbe la committenza pubblica poiché solo attraverso operatori pubblici preparati professionalmente, profondamente colti, responsabilizzati nella loro “mission”, si potrà ottenere una profonda intesa tra il progettista ed il committente pubblico, garanzia della qualità dell’opera.
Si chiede un rilancio delle Soprintendenze come enti di ricerca territoriale, che secondo la grande lezione di Giovanni Urbani dovrebbero studiare i temi della conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente, al paesaggio, all’urbanistica. Siamo in presenza di una diffusa, cronica e sempre maggiore debolezza delle Pubbliche Amministrazioni in tutte le loro articolazioni ed è molto rischioso azzerare la già scarsa funzionalità delle Soprintendenze e del Ministero in generale.
Si chiede la promozione e il sostegno delle reti museali, sistema di organizzazione e di razionalizzazione dei servizi e dell’offerta culturale sperimentato con successo e rispondente alle caratteristiche di un museo diffuso nel territorio

Nel decreto, NEL DPCM, non sono contemplate alcune disposizioni fondamentali, determinanti per il buon funzionamento dell’opEratività pubblica, nel rispetto dei principi costituzionali e di uno sviluppo consapevole della cultura e dell’ambiente:

· RAFFORZAMENTO DELLA TUTELA (ARTICOLO 9 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA)
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio
e il patrimonio storico e artistico della Nazione”

La difesa dell’identità culturale è dunque tra i principi fondamentali della nostra costituzione che si pone a salvaguardia dell’interesse pubblico, del bene comune, attraverso numerosi altri articoli, come l’art. 41 che enuncia il principio di “utilità sociale”
Le Soprintendenze, organi dello stato preposti alla tutela, pur dovendo essere profondamente riorganizzate, poiché hanno mostrato evidenti limiti nella loro azione, hanno garantito la difesa del nostro Patrimonio, compito complesso in un Paese che ha forti spinte individualiste e forti interessi speculativi (che, come è evidente agli occhi di tutti le autonomie locali non sono state e ancora non sono in grado di contrastare da sole) che non tengono in alcun conto il bene comune e dove molti cittadini, in gran parte distanti da veri e profondi interessi culturali, sono pronti a praticare e giustificare evasione e condoni. L’assetto del nostro territorio. ne paga le conseguenze, nonostante il paesaggio sia la nostra vera unicità.
Noi italiani siamo apprezzati nel mondo più ancora che per la cultura del restauro, per il nostro rapporto col contesto, che nessun altro ha in maniera così eclatante ed esclusiva.
Le Soprintendenze possono essere intese come baluardo contro la devastazione del patrimonio e del paesaggio potenziando la collaborazione con gli Enti locali. Disattesi i Piani Paesaggistici, solo in pochissimi casi adottati ed approvati, gli uffici operano spesso in un vuoto di linee guida ed indirizzi. D’altro canto autoreferenzialità, procedure interminabili, mancanza di omogeneità negli atteggiamenti, in molti casi carenza di formazione del personale tecnico-scientifico, ne richiedono un completo riordino.

Si chiede dunque, per la tutela del paesaggio, lo sviluppo ecocompatibile, il governo partecipato del territorio e di contrastare l’indebolimento della tutela paesaggistica non disperdendo il patrimonio di esperienze, competenze e conoscenza profonda del territorio acquisito dalle Soprintendenze: perché «il paesaggio è la risorsa delle risorse» (R. Pazzagli) e, per questo, di sostenere attivamente i piani paesaggistici regionali e l’interesse generale che deve prevalere sul profitto dei singoli.

· VALORIZZAZIONE E TUTELA DELLA QUALITÁ DEGLI INTERVENTI
Nella Legge quadro in materia di Valorizzazione della qualità architettonica e disciplina della progettazione(Disegno di Legge d’iniziativa del senatore Zanda comunicato alla Presidenza il 5 maggio 2008) in base ai dettami costituzionali, si intende introdurre nel nostro ordinamento il concetto di “qualità architettonica”. Un principio generale che deve essere integrato con norme di attuazione per divenire efficace.
La qualità architettonica presuppone un percorso culturale che si estrinseca nell’attività di progettazione architettonica, come momento di sintesi di un processo intellettuale complesso. Questa qualità deve essere presente anche nelle opere di trasformazione del territorio sia pubbliche che private, inserite in un quadro organico, che contribuisca ad una riqualificazione del nostro habitat.
La qualità architettonica quindi diviene attività culturale tesa a formare e diffondere espressioni della cultura e dell’arte attraverso uno specifico riconoscimento del valore della progettazione, prendendo ad esempio La Legge sull’Architettura francese la “Loi sur l’architecture” che risale al 1977ed è tutt’ora un esempio da imitare. Tale riconoscimento si estende ad ogni atto che riguarda l’inserimento di nuove opere nei diversi ambienti naturali ed urbani _ dall’utilizzazione del patrimonio edilizio esistente, alla conservazione, tutela e valorizzazione dei beni culturali pubblici e privati, alla realizzazione delle reti infrastrutturali _ per una riqualificazione dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee, che diventano presidio del territorio.
La tutela della qualità dell’opera non può essere disgiunta dalla tutela del progettista in quanto autore del progetto (attività intellettuale altamente qualificata). L’attività di progettazione ha un riconoscimento particolare, distinto da altre prestazioni di servizio connesse alla realizzazione dell’opera: la protezione del diritto d’autore.
L’esempio francese rappresenta un modello a cui ispirarsi( è bene copiare le cose ben fatte) per la chiarezza delle procedure, la semplicità, l’uniformità e invariabilità nel tempo: condizioni che hanno generato la centralità dell’architettura nella considerazione dei cittadini francesi, nelle sue istituzioni culturali, e di conseguenza nelle azioni politiche conseguenti.
La qualità architettonica è un bene pubblico primario soggetto alla tutela dello stato (tutte le opere di architettura importanti hanno evidenziato il nome/nomi degli autori su targhe apposte ben visibili sugli edifici). E questa sensibilità è rafforzata dal fatto che l’architetto è sempre il “dominus” del processo progettuale mentre le società di ingegneria sono di servizio e supportano la progettazione senza sovrapposizioni nel pieno rispetto dei ruoli.
Il contesto francese si distingue per chiarezza di procedure. In questo paese la quasi totalità delle attività di progettazione nel campo pubblico si espletano attraverso concorsi a procedura ristretta. I progettisti vengono selezionati su base curriculare in relazione alla tipologia dell’opera da progettare.
I requisiti economici non rappresentano , come in Italia, uno sbarramento per accedere alla procedura, ma un semplice elemento di valutazione di congruenza tra valore del progetto e capacità economica del progettista.
Nella prima fase si costituiscono i gruppi di progettazione dove l’architetto è sempre ed obbligatoriamente il mandatario e la Società di Ingegneria a supporto con le attività specialistiche, con eventuali specificità aggiuntive che vengono richieste in fase di bando, come ad es. Paesaggisti, Economisti, Scenografi, Esperti in Restauro, etc. a formare un gruppo specifico per l’opera richiesta a garanzia di professionalità nell’approccio al tema.
La seconda fase , a cui di solito partecipano un minimo di tre gruppi invitati con rimborso spese commisurato all’entità dell’opera (in genere un progetto fino alla scala 1:200) e si conclude con l’affidamento dell’incarico al gruppo di progettazione vincitore. E’ importante sottolineare che in questa fase viene anche consegnata una bozza del contratto che regolerà nelle fasi successive i rapporti tra committenza e progettisti. Tale procedura permette un corretto funzionamento del mercato della progettazione sia nel campo dell’architettura che in quello dell’ingegneria, così auspicabile nel nostro paese.

Si chiede di sviluppare una cultura della qualità architettonica attraverso una specifica pratica legislativa sull’esempio francese e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla centralità dell’architettura e del paesaggio con processi formativi a partire dalla scuola
Si ritiene fondamentale procedere comunque tramite Concorso di idee o Concorso di progettazione quando si sia in presenza di opere di particolare rilevanza sotto i profili architettonico, storico, artistico, ambientale o conservativo.
Si chiede, come previsto nel disegno di legge Zanda, il vincolo alla redazione di un “Programma di Progetto”, cioè un dettagliato documento tecnico, relativo al programma triennale, che illustri esigenze, obiettivi della stazione appaltante (schemi, diagrammi disegni esplicativi ecc.) che diviene un allegato ai bandi di concorso di progettazione e nei disciplinari predisposti dal R.U.P.
Si chiede, come previsto nel disegno di legge Zanda, di stabilire, in maniera chiara ed inequivocabile, la netta separazione di ruoli e competenze che devono assumere nell’ambito di un’opera pubblica i diversi soggetti interessati, Amministrazioni, Progettisti ed Imprese.

· UNA DIVERSA LEGGE SUGLI APPALTI
L’architetto Sébastien Le Prestre Marchese di Vauban (Maresciallo di Francia 1633-1707) così scriveva al Ministro della Guerra Francois Michel Le Tellier, Marchese di Louvois (1641-1691).

Eccellenza Ministro della Guerra,
abbiamo opere di costruzione che trasciniamo da anni non mai terminate e che forse terminate non saranno mai.
Questo succede, Eccellenza, per la confusione causata dai frequenti ribassi che si apportano alle opere Vostre, poiché va certo che tutte le rotture di contratti, così come i mancamenti di parola ed il ripetersi degli appalti, ad altro non servono che ad attirarVi quali Impresari tutti i miserabili che non sanno dove batter del capo ed i bricconi e gli ignoranti, facendo al tempo stesso fuggire da Voi quanti hanno i mezzi e la capacità di condurre un’impresa.
E dirò inoltre che tali ribassi ritardano e rincarano considerevolmente i lavori, i quali ognora più scadenti diverranno.
E dirò pure che le economie realizzate con tali ribassi e sconti cotanto accanitamente ricercati, saranno immaginarie, giacché similmente avviene per un Impresario che perde, quanto per un individuo che si annoia: s’attacca egli a tutto ciò che può, ed attaccarsi a tutto ciò che si può, in materia di costruzioni, significa non pagare i mercanti che fornirono i materiali, compensare malamente i propri operai, imbrogliare quanta più gente si può, avere la mano d’opera più scadente,come quella che a minor prezzo si dona, adoperare i materiali peggiori, trovare cavilli in ogni cosa e leggere la vita or di questo ora di quello.
Ecco dunque quanto basta, Eccellenza, perché vediate l’errore di questo Vostro sistema; abbandonatelo quindi in nomedi Dio; ristabilite la fiducia, pagate il giusto prezzo dei lavori, non rifiutate un onesto compenso ad un imprenditore che compirà il suo dovere.
Sarà sempre questo l’affare migliore che Voi potrete fare.
Architetto Marchese di Vauban
Parigi, il 17 luglio del 1683

L’attuale Legge sugli Appalti non garantisce la “trasparenza” né spesso la qualità delle realizzazioni troppo spesso piegate ad un’offerta di ribasso elevatissima soprattutto negli ultimi tempi, come ci dimostrano gli eventi legati alle Grandi Opere, dal MoSE, all’Alta Velocità, all’Expo di Milano e mortifica la “qualità ” delle opere che non viene riconosciuta come valore primario.
A distanza di vent’anni ci si è resi conto che tutti i provvedimenti adottati dopo “Tangentopoli” per evitare la corruzione sono falliti, tutto il corpus normativo che, a partire dalla prima Legge Merloni, ha generato l’attuale Codice degli Appalti, si è rivelato inefficace come da più parti è stato messo in evidenza.
La legge sugli Appalti così com’è non funziona ed è da ripensare; nelle grandi opere si ricorre spesso alle deroghe e questa è la prova della sua inefficacia, anzi del fatto che innesca addirittura meccanismi corruttivi. L’eccesso di formalismi contenuti nella legge viene applicato solo sui piccoli appalti mentre gli altri, appunto, si fanno in deroga.
Giustamente Giannantonio Stella ha sottolineato in un editoriale sul Corriere della Sera:
“Tempi lungi, costi assurdi, procedure complicatissime che sembrano ideate apposta per favorire i ritardi e le spese faraoniche, ma anche la corruzione. E una profondissima ipocrisia: regole minuziose e controlli accurati sulla carta, assenza di regole e assenza di controlli nella realtà. Non c’è opera pubblica la cui vicenda non sia scandita da varianti infinite, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, arbitrati nei quali lo Stato finisce inevitabilmente per soccombere. Senza che le uniche due necessarie certezze siano mai certe: il tempo e il prezzo.
Il risultato è che mentre continuiamo a divorare il nostro meraviglioso paesaggio con brutta e inutile edilizia abitativa, non facciamo le opere pubbliche necessarie. E anche questo è un costo enorme. Numeri e circostanze che alla vigilia del 2015, e con gli scandali delle tangenti dell’Expo e del Mose, ci mettono ancora di più di fronte a un interrogativo cruciale: l’Italia è in grado di realizzare opere pubbliche importanti?”

Il Codice contiene norme profondamente sbagliate: dai meccanismi di selezione dei progettisti per le opere pubbliche, ai sistemi di appalto delle opere, fino alla confusione tra controllori e controllati.
Le gare al massimo ribasso producono comportamenti distorsivi essendo la prima causa nei fenomeni di corruzione e concussione. Una revisione o cancellazione della Legge per gli Appalti, in particolare per quanto riguarda gli appalti relativi ai Beni Culturali, è doverosa a valle delle soluzioni proposte nel tempo per una sua completa riforma. La corruzione negli appalti è strettamente legata al sistema delle “deroghe”, utilizzato dalle leggi speciali adottate in occasione di eventi, calamità naturali ovvero per il perseguimento di obiettivi strategici. E’ evidente come la nostra disciplina degli appalti e forniture è sovrabbondante e contraddittoria rispetto alle norme comunitarie, che debbono essere applicate anche nei casi di “deroga”. Sul piano giustiziale il cumulo della disciplina comunitaria e nazionale crea problemi notevolissimi soprattutto innanzi al giudice amministrativo, non adatto ad essere “giudice dei contratti”.
Inoltre sul piano economico l’affidamento diretto di un appalto, obiettivo naturale dei regimi in deroga, porta naturalmente a guadagnare più del dovuto con pericolose possibilità di corruzione: se esiste un vero confronto concorrenziale è più difficile che si vengano a creare tali margini di manovra.
Le norme comunitarie sono lineari, facilitano la concorrenza, inducono sia la stazione appaltante che le imprese a comportamenti basati sulla lealtà e correttezza, oltre a facilitare e accelerare procedure e lavori e quindi mal si sposano con le nostre discipline speciali motivate con l'”urgenza”.
Ma le regole comunitarie per essere applicate richiedono un nuovo e diverso modo di amministrare che esige da parte di chi decide una piena assunzione di responsabilità.
Deve cambiare il modo di pensare alle procedure di gara: infatti esse non servono a concludere automaticamente un contratto pubblico.
Gare e trasparenza si fermano un momento prima del contratto e servono solo per la “scelta (obbligata) del contraente” con il quale responsabilmente trattare, “secondo regole di correttezza e buona fede”. il contratto si concluderà solo se risulterà, ad entrambe le parti conveniente, equo e ragionevole.
Succede quindi che le nostre ditte, abituate a vincere le gare al massimo ribasso, in Italia si comportano pensando di poter modificare nel corso dei lavori i prezzi pattuiti, mentre in Europa nonostante siano risultate vincitrici di gare non riescono neppure a chiudere il contratto.
Oggi l’impatto delle norme comunitarie con le nostre leggi ha comportato un automatismo nelle aggiudicazioni,ed una deresponsabilizzazione della Pubblica Amministrazione, aggravate dal timore di ricorsi e del giudice penale mentre il rispetto della normativa europea e il controllo del giudice ordinario può bastare ad assicurare la trasparenza negli appalti e la loro accelerazione, evitando deroghe e commissari straordinari.

Si chiede, ritenendola indispensabile, una profonda riforma delle materie contenute nel Codice dei Contratti Pubblici, allo scopo di valorizzare le attività di progettazione per una forte incentivazione della qualità architettonica nel settore Opere Pubbliche.
Si chiede di separare gli appalti relativi ai Beni Culturali dando loro il riconoscimento di uno status particolare in nome della loro specificità. Del resto, in precedenza, le Soprintendenze hanno operato prevalentemente nell’ambito dei lavori in economia diretta ovvero utilizzando la modalità del cottimo fiduciario, che consentiva di seguire costantemente il cantiere compensando con la continuità all’esiguità dei finanziamenti e alla loro dilatazione nel tempo.
Si devono contemperare lo snellimento delle procedure e la riduzione dei tempi con un’adeguata e qualificata forma di controllo da parte dell’amministrazione appaltante per una reale tutela dell’interesse pubblico cosa di cui nessuno sembra tener conto.
Si chiede inoltre di liberare le imprese concorrenti e le amministrazioni aggiudicatrici da una legislazione farraginosa e contraddittoria, da controlli plurimi tanto pesanti quanto inefficaci non entrando nella sostanza dei problemi, e impedire l’uso strumentale della giustizia amministrativa consentendo un provvido avvicinamento all’Europa. Sul fronte dei progettisti va ampliato il ricorso ai concorsi di idee o di progettazione, prevedendo bandi riservati a giovani progettisti e garantendo una trasparenza effettiva dei risultati. I bandi e successivamente l’affidamento e l’esecuzione dei lavori pubblici devono essere tendere a garantire la qualità architettonica come obiettivo primario.
Si deve prevedere una disciplina specifica per la committenza pubblica, che tenga conto dei mutamenti che hanno investito il settore pubblico influenzati dal diritto comunitario in materia di appalti di lavori, servizi, forniture, (vedi D.L.gs 163/2006).
Vanno compensati gli effetti di abbassamento dei livelli di garanzia e controllo e il contenzioso con le autonomie locali prodotti dalle ultime leggi in materia (Leggi “Lunardi”, tra cui spiccala “Legge Obiettivo” L. 443/2001; L. 166/2002 in modifica della L. Merloni 109/94), restituendo al vero dominus = il progettista il controllo del processo progettuale attualmente invece lasciate all’impresa general contractor o appaltatore integrato che sia.
Si chiede infine di sostenere il principio dell’affidamento ad un medesimo soggetto delle attività di progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva, salvo atto motivato del R.U.P. nel quale caso deve essere garantito il diritto d’autore e la tutela dei livelli di progettazione precedenti con obbligo di accettazione da parte del nuovo progettista.

 

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