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Ho appena iniziato a leggere il nuovo romanzo di Umberto Eco, Numero zero.
Eco affronta qui con grande senso dell’umorismo argomenti spinosi come la manipolazione dell’informazione e il proliferare di teorie complottiste di ogni genere (potete leggere qui una bella intervista sui temi del libro rilasciata a Roberto Saviano per L’Espresso), ma nel primo capitolo offre anche una bella prova di autoironia con qualche paragrafo sul sistema universitario italiano:

All’ora giusta, e cioè all’ora e quattordici, il professor Di Samis usciva dall’istituto, seguito a un metro dall’assistente anziano, e a due metri da quelli più giovani, sotto la cinquantina. L’assistente anziano gli portava i libri, i giovani il registratore […].
Di Samis percorreva i dieci metri che separavano l’istituto dall’aula come se fossero venti: non seguiva una linea retta ma curva, non so se una parabola o un’ellisse, dicendo ad alta voce “eccoci, eccoci!”, poi entrava nell’aula e si sedeva su una specie di podio scolpito – da attendersi che esordisse con chiamatemi Ismaele.
Dalle vetrate la luce verde rendeva cadaverico il suo volto che sorrideva maligno, mentre gli assistenti attivavano il registratore. Poi incominciava: “Contrariamente a quello che ha detto recentemente il mio valoroso collega professor Boccardo…” e via per due ore.
Quella luce verde mi induceva a sonnolenze acquoree, lo dicevano anche gli occhi degli assistenti. Io conoscevo la loro sofferenza. All fine delle due ore, mentre noi studenti sciamavamo fuori, il professor Di Samis faceva riavvolgere il nastro, scendeva dal podio, si sedeva democraticamente in prima fila con gli assistenti, e tutti insieme riascoltavano le due ore di lezione, mentre il professore assentiva con soddisfazione a ogni passaggio che gli pareva essenziale. E si noti che il corso era sulla traduzione della Bibbia, nel tedesco di Lutero. Una libidine, dicevano i miei compagni, con lo sguardo basito.

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