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La puntata di ieri di Presa diretta era dedicata in senso lato al dissesto idrogeologico in Italia, ma soprattutto nella seconda parte il programma si è spinto ad affrontare i temi della gestione delle aree archeologiche e dei flussi turistici. Belle riprese, territori meravigliosi, brave persone che investono tempo e risorse per prendersi cura dei luoghi in cui vivono; ma sullo sfondo della linea editoriale sempre la solita insostenibile retorica del patrimonio culturale come ‘petrolio’ italiano: “Un tesoro di potenzialità che potrebbe produrre ricchezza e posti di lavoro: l’arte, il cibo, l’agricoltura, il paesaggio se solo fossero difesi e valorizzati, renderebbero più ricco il nostro paese”.
Peccato che addurre motivazioni economiche per la tutela sia un’arma a doppio taglio, oltre che concettualmente scorretto: allora laddove rende di più l’ecomostro, si tuteli l’ecomostro, potrebbe dire il contribuente (e in effetti talvolta lo dice).
Le solite acrobazie retoriche per non porsi la domanda fondamentale: i beni culturali sono una spesa che una democrazia occidentale nel Ventunesimo secolo può e deve sostenere? Se non rispondiamo a questa una volta per tutte, non avanzeremo di un metro.

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