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La matàna del Po è come una febbre leggera, è una specie d’influenza che esercita il fiume sugli abitatori della riva. La matàna trattiene un fondo di amarezza contadina e di allegria confuse. (Dal documentario La Matana de’ Po di Giuseppe Bartolucci e Danilo Montaldi, 1959).

Non poteva mancare sul mio comodino l’ultimo libro edito da Officina Libraria, La Zenobia di Don Álvaro, antologia di scritti sul Seicento cremonese usciti dalla penna di Marco Tanzi nell’arco di un trentennio, opportunamente rivisti e aggiornati per l’occasione. Una struttura che consente al lettore di seguire l’avanzamento degli studi ma anche l’evoluzione dell’autore e del suo metodo scientifico.

G. C. Procaccini, Battesimo di sant'Agostino. Cremona, Sant'Ilario (foto via www.vascellocr.it)

G. C. Procaccini, Battesimo di sant’Agostino. Cremona, Sant’Ilario (foto via http://www.vascellocr.it)

La stagione presa in considerazione è per Cremona un periodo di crisi, economica e artistica, in cui gli artisti locali di un certo valore tendono a emigrare, come Panfilo Nuvolone che si forma nella bottega del Malosso per trasferirsi poi a Milano, o lo sfuggente Giuseppe Caletti, che si porta dietro l’appellativo di ‘cremonese’ ma è attestato in zona da un’unica opera, la pala con l’Angelo custode della chiesa di San Giovanni Decollato a Pieve Terzagni, mentre la committenza locale si rivolge spesso verso Milano e verso l’Emilia.
Il contado di Cremona diventa così un complesso crocevia di influenze e scambi da indagare e ricostruire con pazienza; forse anche il luogo dove “venivano a morire i pittori matti, dal Parmigianino al Piccio: anche loro, forse, segnati dalla matàna de Po” come disse a Tanzi Giovanni Romano.

Il lavoro dello storico dell’arte è poi reso più arduo dalle dispersioni, dalla scarsità di bibliografia e dalla collocazione delle opere, talvolta relegate ad altezze siderali sulle pareti delle chiese. Valga come esempio su tutti il Battesimo di sant’Agostino di Giulio Cesare Procaccini in Sant’Ilario, talmente negletto da essere considerato perduto nel celebre catalogo del Seicento Lombardo del 1973.

Questa piccola antologia è come dicevo anche un’efficace lezione di metodo, dall’uso sapiente di fonti letterarie antiche poco frequentate alle incursioni in iconografie rare, come quella della “madre ebrea” che cucina il proprio neonato allo spiedo adottata in ben due occasioni dal Genovesino.

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